TUTTO KANT IN PILLOLE
L’obiettivo della filosofia kantiana é fare della metafisica una scienza. I filosofi che si sono impegnati a rispondere alla domanda “come conosce l’uomo?” si sono impegnati nella spiegazione del modo di abbracciare tutta la realtà con una spiegazione razionale. Ma la filosofia kantiana rivela un elemento fondamentale della gnoseologia (= la filosofia della conoscenza): i limiti imposti all’uomo dalla sua condizione. Per questo Kant si allontana dalla filosofia dell’Illuminismo del 700, e supera il radicale scetticismo di Hume mostrando in maniera scientifica le potenzialità e i limiti della conoscenza umana.
Hume definiva la conoscenza sensibile e sperimentale come un “hoc post hoc” perché incentrata sull’abitudine a constatare cause simili di effetti simili. Solo nella matematica il filosofo inglese aveva trovato certezze, tutto il resto invece sconfinava nel terreno della probabilità. Kant si allontana da Hume. L’uomo ha dei limiti evidenti dovuti alla sua condizione fisica, ma si avvicina comunque allo studio delle cose che vanno oltre le sue possibilità. Se é vero che noi non possiamo studiare ciò che trascende l’esperienza sensibile, é però vero che esiste uno sforzo reale e oggettivo dell’uomo nei confronti della metafisica (= che va oltre il fisico, che va oltre ciò che i nostri sensi possono cogliere), e questo sforzo, essendo reale e oggettivo, noi lo possiamo studiare.
Quando noi conosciamo stabiliamo una relazione tra fenomeni (= ciò che mi appare, ciò che i miei sensi possono cogliere), relazione che ovviamente mette insieme due elementi: ciò che viene conosciuto e il suo attributo. Per esempio: il corpo é pesante. Dove si trova questa relazione? Kant sostanzialmente si trova d’accordo con Hume, ma vuole superarlo, conferendo alle leggi che regolano la conoscenza il carattere dell’universalità.
LA CRITICA DELLA RAGION PURA
Kant sente la necessità di dare un ordine, una sistemazione, al modo in cui avviene la conoscenza. La ragione umana pretende di conoscere ciò che i sensi non le permettono di vedere, e quindi Kant chiama la ragione a un tribunale, in cui ne verranno giudicate potenzialità e limitazioni. E questo tribunale é la prima delle tre Critiche kantiane, e viene chiamata appunto della ragione pura, per distinguerla da quella della ragione pratica, che indaga la moralità e l’etica dell’uomo, e da quella del giudizio, che ne indaga il gusto e il piacere del bello.
I GIUDIZI
Il giudizio é l’unione di due o più elementi. Secondo Kant la scienza si basa su tre tipi di giudizi:
giudizi analitici a priori, che sono utili perché immutabili, ma che non aggiungono nulla di nuovo alla conoscenza, in quanto il predicato é gia implicito nel soggetto (esempio: il corpo é esteso);
giudizi sintetici a posteriori, che accrescono sì la conoscenza, perché aggiungono qualcosa che non é compreso nel soggetto, ma questa aggiunta non ha valore universale e necessario (esempio: il corpo é pesante) perché é frutto della sola esperienza;
giudizi sintetici a priori, che sono quelli propri della conoscenza scientifica, poiché universali e necessari, in cui ciò che il predicato aggiunge al soggetto ha il conforto di leggi indiscutibili (esempio: il calore dilata i metalli).
Si tratta di una rivoluzione che Kant non a caso definisce copernicana, perché implica un capovolgimento dell’asse conoscitivo soggetto-oggetto: non é il soggetto che sideve piegare alla legge sell’ogetto ma viceversa. La filosofia di Kant, e le stesse partizioni della Critica della ragion pura, sono appunto dette trascendentali, perché trascendono l’oggetto (= vanno oltre l’oggetto) e la filosofia kantiana non si occupa dell’oggetto ma del modo soggettivo di conoscerlo possibile a priori.
IL TRASCENDENTALE
LA METAFORA DELLA TELEVISIONE
Kant usa il termine TRASCENDENTALE - e non trascendente - per definire la sua indagine gnoseologica. Normalmente in filosofia abbiamo due prospettive di ricerca:
L'iMMANENTE, cioè il concreto, l'oggettivo, ciò che si può toccare con la mano, per esempio le cose.
il TRASCENDENTE, cioè ciò che è oltre il concreto, soggettivo, esterno al sensibile, per esempio gli dei.
Chiaramente se ricerchiamo una LEGGE UNIVERSALE, un principio, non può essere immanente, perchè se così fosse sarebbe soggetto alle leggi del divenire. Un principio è trascendente perchè deve essere perfetto e assoluto.
Kant però intende fare della Metafisica una scienza e dice chiaramente che ogni conoscenza comincia dall'esperienza. E' evidente quindi che un principio trascendente sarebbe esterno alla realtà e per questo non soggetto all'esperienza sensibile. La prospettiva di ricerca kantiana opera una vera rivoluzione copernicana: Kant non studia tanto l'oggetto della conoscenza, ma IL SOGGETTO CHE CONOSCE L'OGGETTO.
La metafora della televisione
Un programma televisivo è trasmesso simultaneamente, è universale, alla portata di tutti. Se guardiamo un programma televisivo possiamo toccare con mano quello che appare sullo schermo? No. Non possiamo misurare la statura di un personaggio televisivo o sapere quanto pesa. Però possiamo misurare la statura e il peso dello spettatore che guarda la tv. Questo è lo scopo della ricerca trascendentale. Ricerca un principio universale ma parte dal soggetto e non dall'oggetto, dallo spettatore e non dal programma televisivo.
LA PARTIZIONE DELLA CRITICA DELLA RAGION PURA
Le fonti della conoscenza sono:
la sensibilità, che si attua mediante le forme pure di spazio e di tempo, ed é studiata dall’Estetica Trascendentale;
l’intelletto, che elabora i dati sensibili mediante le categorie, ed é studiato dall’Analitica Trascendentale;
la ragione, che pretende di cogliere globalmente la realtà mediante le idee di anima, mondo e Dio, oltrepassando i limiti imposti dalla sensibilità, ed é studiata dalla Dialettica Trascendentale.
ESTETICA TRASCENDENTALE
Kant ritiene che si possa conoscere scientificamente solo ciò che cade nella sfera della sensibilità e dell’intelletto, e lo chiama fenomeno, per distinguerlo da ciò che cade al di fuori di questa sfera, e che viene chiamato noumeno (= non fenomeno, ciò che non mi appare), e il noumeno viene trattato nella Dialettica Trascendentale. La parola estetica deriva da esthesis, ossia percezione sensoriale, e in questa parte Kant mette in evidenza il modo in cui l’uomo conosce. Ogni conoscenza comincia dall’esperienza, e questa deve essere sensibile. La conoscenza sensibile é ricettiva e attiva, prende il fenomeno e poi lo organizza. Per questo Kant definisce quelle che sono le forme pure della conoscenza sensibile, forme perché “danno forma” alla conoscenza, pure perché rendono possibile la conoscenza e quindi devono venire prima di essa. Le forme pure della conoscenza sensibile sono lo spazio e il tempo: lo spazio é la forma del senso esterno, ossia é il luogo dove avvengono i fenomeni, il tempo é la forma del senso interno ed é lo strumento che ordina l’avvicendarsi dei fenomeni. É la nostra sensibilità a rendere possibile questo meccanismo, perché i sensi hanno bisogno che il contenuto gli venga dato per poterlo intuire sensibilmente.
LOGICA TRASCENDENTALE
PARTE PRIMA
ANALITICA TRASCENDENTALE
Il secondo passaggio del sistema della Critica della ragion pura é costituito dalla Logica Trascendentale, che Kant ripartisce in Analitica e Dialettica: la prima é la parte che riguarda la ricerca di un principio unificatore della conoscenza e che mette in evidenza il modo in cui i contenuti dell’esperienza sensibile vengono trasformati da soggettivi a oggettivi, la seconda invece é l’analisi delle pretese della ragione nei confronti dei non fenomeni. L’Analitica si divide in due parti: Analitica dei concetti e Analitica dei principi. L’Analitica dei concetti esamina le forme pure dell’intelletto, allo stesso modo in cui l’Estetica esamina le forme pure della sensibilità. L’Analitica dei principi ricerca invece l’elemento che consente di dare universalità e assolutezza alla conoscenza.
Nell’Estetica gli oggetti della conoscenza sensibile sono dati e intuiti, mentre nell’Analitica gli oggetti sono pensati e il pensiero é la facoltà di emettere dei giudizi: qui non abbiamo intuizioni ma funzioni, e l’intelletto ha un carattere di unificatore della molteplicità di fenomeni presenti nella realtà sensibile.
Pensare é giudicare, e giudicare significa attribuire un predicato a un soggetto. Rifacendosi alla Logica greca Kant attribuisce a ogni giudizio una categoria, ossia una forma pura del pensiero, che dà validità al giudizio stesso. Egli redige una tavola con dodici categorie corrispondenti ad altrettante forme di giudizio, e suddivise in quattro gruppi, quantità, qualità, relazione e modalità.
Se la categoria dà validità ai giudizi cosa dà validità alle categorie? Adesso sappiamo che la categoria serve a organizzare le intuizioni provenienti dalla sensibilità, perché possano essere pensate mediante i giudizi. Ma cosa le rende valide? Il mondo sensibile é discontinuo, e mutevole, quale strumento abbiamo per unificare questi dati? Una volta che i fenomeni sono intuiti, una volta che sono pensati, interviene un’ulteriore attività unificatrice che Kant chiama Io penso, o Appercezione trascendentale, che é l’unità di tutta la conoscenza umana. Questa attività vale come regola, perché mette insieme ciò che viene intuito e ciò che viene pensato mediante le categorie. Attenzione però, l’Io penso non ha alcuna prerogativa creatrice. L’Io penso é una regola che vale solo nei casi di conoscenza fenomenica, e anche le sue eccezioni, sono astrazioni basate sulla presenza dei fenomeni sensibili. L’Io penso senza la conoscenza dei sensi non serve a nulla. Le leggi che regolano la conoscenza scientifica descrivono le condizioni a cui la conoscenza deve sottostare, e in tal senso l’Io penso é un legislatore, ma deve avere i dati della conoscenza sensibile per operare.
Kant deve quindi spiegare come le categorie possano operare sulla realtà fenomenica. Ciò avviene in quanto il tempo condiziona gli oggetti, ma è a sua volta condizionato dall'intelletto. Di conseguenza, tramite il tempo, l'intelletto è in grado di condizionare gli oggetti fenomenici. Questa soluzione richiama la dottrina dello schematismo, intendendo per schema la rappresentazione intuitiva di un concetto.
Con la dottrina dello schematismo trascendentale Kant abbina a ogni categoria aristotelica (quantità, qualità, etc.) una forma spazio-temporale, facendo vedere che le categorie sono leggi della mente in quanto lo spazio e il tempo senza oggetti sono un'astrazione che esiste solo nell'io-penso che li colloca sulla "cosa-in-sé" per ordinare il mondo. La sensibilità è la ricezione della "cosa-in-sé", la sua modellazione-ordinamento inconsapevole con lo spazio e il tempo e la visione cosciente del risultato. Essa non è un sogno scelto dall'io, ma un'interpretazione che dipende e varia con gli input che vengono dalla "cosa-in-sé" che è indefinita, ma non indeterminata.
Da qui Kant definisce i principi dell'intelletto puro, cioè le regole di fondo tramite cui avviene l'applicazione delle categorie agli oggetti. Questi sono quattro come le categorie:
Assiomi dell'intuizione (categoria della quantità): affermano a priori che tutti i fenomeni intuiti costituiscono delle quantità estensive e per tanto sono conoscibili solo attraverso la sintesi successiva delle sue parti;
Anticipazioni della percezione (categorie della qualità): affermano a priori che ogni fenomeno percepito ha una quantità intensiva e per tanto sono suddivisibili indefinitamente;
Analogie dell'esperienza (categorie della relazione): affermano a priori che l'esperienza costituisce una trama necessaria di rapporti basata sui principi:
a) della permanenza della sostanza;
b) della causalità;
c) dell'azione reciproca;
Postulati del pensiero empirico in generale (categorie di modalità): stabiliscono
a) ciò che è possibile;
b) ciò che è reale;
c) ciò che è necessariamente.
Le leggi particolari possono essere desunte soltanto dall'esperienza.
IL NOUMENO
Il noumeno, dal greco νούμενον (nooúmenon, ciò che viene pensato) è l'"essenza pensabile, ma inconoscibile nella sua natura intellegibile", la "cosa in sé" prima ancora che si manifesti come fenomeno.
Poiché noi possiamo conoscere solo la realtà fenomenica, ciò che appare, Kant è convinto che oltre l'apparenza, il fenomeno che muta poiché lo percepiamo attraverso la sensibilità che muta da momento a momento, da persona a persona, vi debba essere una base immutabile della realtà fenomenica, la "cosa in sé" ma questa, proprio perché non fenomenica non potremo mai conoscerla ma semplicemente pensare che ci sia.
Il noumeno si identifica nella realtà inconoscibile e non raggiungibile attraverso la conoscenza diretta, ma solo grazie all'intuizione della sua semplice esistenza.
Il tentativo di una piena conoscenza del noumeno sarà operato dalla metafisica tradizionale che tende a porsi come vera scienza: tentativo destinato a fallire proprio per il carattere non fenomenico del noumeno.
Il conoscere ha come limite l'esperienza, in quanto, procedendo oltre questa, non vi sono prove della sua fondatezza. Noi possiamo quindi solo conoscere la realtà fenomenica, cioè la realtà per-noi, ma mai la realtà in-sé. Questo "in-sé", che per noi è precluso, può essere conosciuto solo da un'eventuale intelligenza divina superiore, ma non può essere in rapporto conoscitivo con noi. Kant identifica l'"in-sé" con il termine greco noumeno. Kant distingue l'esperienza secondo due accezioni. La prima implica la sola esperienza sensoriale, la seconda invece comprende la totalità della conoscenza fenomenica, cioè la conoscenza sensoriale tramite le forme a priori della mente.
PARTE SECONDA
DIALETTICA TRASCENDENTALE
Nella seconda parte della Logica Kant affronta un interrogativo delicato: può la metafisica essere una scienza? Questa é forse la chiave di volta del sistema kantiano. Se l’intelletto si allontana dal terreno sicuro dell’esperienza sensibile va incontro a errori e a illusioni. Noi abbiamo visto come l’Estetica fonda il senso esterno sulle intuizioni pure di spazio e di tempo, e come l’Analitica fonda il senso interno sulle categorie e sull’Io penso. La Dialettica é l’organo della metafisica, e come tale fonda la sua conoscenza su elementi che Kant platonicamente chiama Idee, cioé copie delle cose, immagini, per sottolinearne l’illusorietà. La Dialettica fonda il senso esterno sull’idea di Mondo, il senso interno sull’idea di Anima, e unifica la realtà con l’idea di Dio. Kant non nega legittimità alle pretese della ragione, anzi, ma ne avverte l’errore quando le pretese si spingono fino a trasformare queste esigenze strutturali in strumenti di conoscenza. Non si può conoscere ciò che i nostri sensi non intuiscono. Nascono così tre “scienze” con le virgolette, ossia la cosmologia razionale (mondo), la psicologia razionale (anima) e la teologia razionale (Dio).
La psicologia razionale individua nell’anima il soggetto assoluto da cui deriverebbero tutti i fenomeni psichici interiori. il ragionamento é sbagliato, in quanto applica la categoria di sostanza all’io penso. L”io penso può difatti essere visto come unificatore, come funzione dell’intelletto, ma non può conoscersi.
Anche la cosmologia razionale fonda l’idea di mondo su un’ipotesi inattingibile, poiché priva di qualsiasi base empirica: questo errore produce quelle che Kant chiama antinomie, e che sono irrisolvibili in quanto prive proprio di una base sicura. I fenomeni che intuiscono i nostri sensi si svolgono su un campo limitato dalla sensibilità, e pertanto non si può risalire a delle cause complesse, e relative a un insieme di enti esterni.
LE ANTINOMIE
Kant evidenzia quattro coppie di affermazioni contrarie (tesi/antitesi); che vengono definite come antinomie o paradossi logici, anche se tale dicitura non è del tutto precisa. In ogni antinomia o coppia di affermazioni non è possibile stabilire se sia vera la tesi o l' antitesi, e ciò distingue le antinomie dalle normali coppie di contrari in cui è possibile individuare il vero e il falso (il sole é caldo/é freddo); Antinomia deriva dal greco αντινομια, composto di αντι "contro" e un derivato di νομος "legge"
Secondo Quintiliano, "la parola antinomia significa propriamente conflitto di leggi", quale ad esempio il paradosso dell'impiccagione. Nel "Dizionario di Filosofia" Nicola Abbagnano scrive che Kant estese il concetto ad indicare il conflitto con se stessa in cui la ragione si trova in virtù dei suoi stessi procedimenti.
Alla maniera dei ragionamenti dei sofisti, le antinomie kantiane sono affermazioni opposte, ciascuna dimostrabile logicamente ed in modo ineccepibile senza contraddizione nelle ragioni l'una dell'altra. In pratica, sono proposizioni probabilmente vere o false (ossia se ne può dare prova), ed inconfutabili di per sé. Ciò in quanto hanno le loro fondamenta in un presupposto inconoscibile, ossia la realtà, o nelle parole di Kant "la vera natura del mondo". Dato che la cosa in sé, ossia la realtà, è per Kant inconoscibile, la ragione non può dimostrare, né provare certamente e in modo perentorio, alcuna delle quattro antinomie kantiane.

PRIMA ANTINOMIA
Tesi: il mondo ha un inizio nel tempo e, nello spazio, è chiuso dentro limiti.
Antitesi: Il mondo è infinito sia nel tempo che nello spazio.
Nella dimostrazione Kant fa riferimento alla categoria della qualità. Anche nella corrente cosmologia, la tesi è vera se accettiamo la teoria del Big Bang, invece l'antitesi vale in alcune altre ipotesi cosmologiche, ad esempio nel modello dello Stato Stazionario o in alcuni modelli di universo inflazionario. Anche nel caso del Big Bang, il volume dell'Universo può essere finito, ma non ci sono né limiti né confini, come sulla superficie di una sfera: come lì il confine è nella terza dimensione e non sulla superficie, il confine dello spaziotempo è nella quarta dimensione e noi non lo percepiamo.
SECONDA ANTINOMIA
Tesi: ciascuna cosa è composta da parti semplici che costituiscono altre cose composte da parti semplici.
Antitesi: non esiste nulla di semplice, ogni cosa è complessa.
Nella dimostrazione Kant fa riferimento alla categoria della quantità. Anche qui notiamo come la fisica delle particelle sia ancora alla ricerca dei costituenti ultimi della materia, e tuttavia anche questi, per via delle proprietà della meccanica quantistica, possono essere interpretati come sovrapposizioni di più stati o particelle. Altri modelli, come la teoria delle stringhe ritornano alla teoria del continuo, ritenendo le particelle "proiezioni" in 3 dimensioni delle stringhe, definite continue, che ne hanno invece 10 o 11. Altre teorie ancora, come la gravitazione quantistica a loop, ritengono invece che esistano granelli indivisibili (quanti) persino dello spaziotempo.
TERZA ANTINOMIA
Tesi: La causalità secondo le leggi della natura non è la sola da cui possono essere derivati tutti i fenomeni del mondo. È necessario ammettere per la spiegazione di essi anche una causalità per la libertà.
Antitesi: Nel mondo non c'è nessuna libertà, ma tutto accade unicamente secondo leggi della natura.
Nella dimostrazione Kant fa riferimento alla categoria della relazione. Anche qui, sebbene la teoria delle variabili nascoste nella meccanica quantistica sia ormai screditata, e quindi varrebbe la tesi, esistono dimostrazioni di come il comportamento quantistico possa emergere da sistemi complessi e non lineari, anche se nessuno sa come darne prova sperimentale.
QUARTA ANTINOMIA
Tesi: esiste un essere necessario che è causa del mondo.
Antitesi: non esiste alcun essere necessario, né nel mondo né fuori dal mondo che sia causa di esso.
viene fortemente sminuita.
Nella teologia razionale Kant prende in esame le prove dell’esistenza di Dio, inteso come totalità che unifica le totalità di mondo e di anima.
La prova ontologica a priori, già vista da Anselmo e da Leibniz, prevede la deduzione dell’esistenza di Dio dal fatto che la Sua necessità é giustificata dalla Sua stessa perfezione: essendo Dio innato in noi come Colui a cui nulla manca, la Sua esistenza non può essere prodotta da noi, che siamo limitati, e perciò Dio deve necessariamente esistere. L’errore consiste nella deduzione dell’esistenza, che può solo essere intuita dai sensi.
La prova cosmologica si basa sull’esperienza, che impone una causa non causata ai fenomeni: per Kant si basa su un passaggio arbitrario perché mette in relazione due cose diverse, una fenomenica e una noumenica.
Infine la prova fisico-teleologica rimanda alla necessità di un ordine necessario che unifichi la natura: ma secondo Kant non é indispensabile che i fenomeni della natura ricadano in un ordine necessario proveniente dall’esterno, e ogni tentativo di unificare i fenomeni in base a una causa esterna é un’imposizione arbitraria.
Kant ancora una volta mette in evidenza la totale impossibilità di conoscere ciò che cade al di lé dell’esperienza, ma non perviene a un ateismo, quanto a un agnosticismo, determinato quindi dalla sola impossibilità di pronunciarsi su questi argomenti. Kant perviene dunque a un uso regolativo delle idee della ragion pura, un uso che é limitato dalla inconoscibilità dei noumeni ma nello stesso tempo utile per unificare le conoscenze reali alla totalità esterna. Il noumeno non é conoscibile ma é pensabile, e la sua applicabilità vale solo se noi teniamo presente il limite imposto alla conoscenza umana dalla sua condizione sensibile.
LA CRITICA DELLA RAGION PRATICA
La Critica della Ragion Pratica è l’opera in cui Kant affronta il tema etico e morale, quello politico e quello della libertà. In questa opera Kant spiega quelli che sono i doveri dell’uomo: se nella Critica della Ragion Pura si cerca di disegnare una mappa della conoscenza umana, qui si disegna una mappa dei doveri morali dell’uomo. Nella Critica della Ragion Pura Kant evidenzia le pretese della ragione, che vuole conoscere ciò che non può essere dato dai sensi, mentre nella Critica della Ragion Pratica viene messa sotto accusa proprio la tendenza della ragione a lasciarsi condizionare dall’esperienza. L’uomo è sospeso tra due mondi, uno sensibile e uno intelligibile, uno materiale e uno ideale, uno concreto che può essere intuito e uno astratto che non ha niente a che fare coi sensi. L’uomo per sua caratteristica tende a superare i limiti del mondo sensibile per appartenere al mondo intelligibile. In questa opera emerge il carattere illuminista di Kant, che pone la libertà alla base dell’etica, cercando un principio universale di convivenza comune, di rispetto, in cui il lavoro del singolo non debba essere fine a se stesso ma debba servire per tutti. E per fare questo occorre che la LEGGE MORALE sia libera dalle contingenze empiriche, sia svincolata dai sensi e dalla materia, ma obbedisca a un principio superiore, valido per tutti gli individui dotati di ragione:
MASSIME E IMPERATIVI
Kant distingue MASSIME e IMPERATIVI: le massime valgono per il singolo, e hanno quindi carattere soggettivo, gli imperativi invece hanno carattere oggettivo e universale e valgono per tutti. A loro volta gli imperativi si distinguono in IPOTETICI e CATEGORICI. Gli imperativi ipotetici hanno sempre un fine, e quindi introducono una possibilità, per esempio, se devi... allora... Gli imperativi categorici non danno nessuna possibilità e nessun fine, nessuno scopo. Devi e basta, punto.
MORALE AUTONOMA ED ETERONOMA
Perchè questa rigorosità? Perchè è la stessa morale che lo esige. Se la morale fosse ETERONOMA, sicuramente sarebbe motivata da fini anche nobili ma non avrebbe mai un valore universale. Perchè la morale avvia un valore universale deve essere AUTONOMA, deve cioè valere per tutti, non in base al suo CONTENUTO ma alla sua FORMA.
L’IMPERATIVO CATEGORICO
L’imperativo categorico trova quindi la sua ragion d’essere nella sua universalità e questa può essere espressa attraverso tre formule:
Opera sempre in modo che la massima della tua azione possa valere come principio di legislazione universale - questo è un imperativo molto alto e nobile, che impone all’uomo di comportarsi sempre in modo corretto, cos’ che il proprio comportamento sia sempre un possibile modello da seguire.
Agisci in modo che l’umanità valga per te sempre come fine e mai come mezzo - anche in questo caso l’imperativo è chiaro e impone all’uomo il massimo rispetto per la propria e l’altrui persona, che non debba mai essere considerata un mezzo ma l’obiettivo della propria azione morale.
Agisci in modo che la volontò possa considerare se stessa come universalmente legislatrice - qui il discorso si conclude, con l’imperativo a un volere che non sia il volere del singolo, basato sull’egoismo, ma un volere di tutti, e valido per tutti.
LA LIBERTA’
Per Kant l’uomo è libero e la libertà è alla base di tutto l’agire umano. ma l’uomo non è perfetto e si trova in una condzione di eterna tensione tra sensibilità e ragione, proprio perchè gli sfugge una spiegazione empirica di tutto questo. Ma una speigazione empirica non ci può essere, perchè se così fosse tutta l’azione umana sarebbe condizionata dalla sensibilità e non avrebbe mai un carattere universale. L’uomo deve solo obbedire all’imperativo categorico e onnedisce in quanto è un essere razionale. Non deve obbedire perchè deve evitare una punizione, se così avvenisse l’azione morale sarebbe corretta ma non potremmo parlare di una morale autonoma, perchè nell’azione morale sarebbe contenuta una finalità. La legge morae è infatti assolutamente autonoma e indipendente.
Non bisogna essere virtuosi per ottenere la felicità, la felicità non deve mai essere un fine. Bisogna essere virtuosi perchè si è esseri dotati di ragione, e la virtù porta poi alla felicità. Ma virtù e felicità non sono unite, tra di esse esiste una frattura, dovuta alla distanza tra il mondo sensibile e quello razionale. Perchè dunque si compia l’azione morale Kant è costretto ad ammettere un mondo intermedio, metafenomenico, i cui elementi sono gli stessi della Dialettica, ossia i numeni, le idee di Dio di anima e di mondo, e che Kant qui chiama POSTULATI, perchè non posso essere dimostrati ma possono solo essere accettati.
Causalità libera - l’azione dell’uomo è condizionata dai sensi e quindi apparentemente meccanica, ma in realtà è libera, perchè determinata dall’azione di un ente intelligibile che non può essere intuito.
Anima immortale - il traguardo finale dell’uomo dovrebbe essere la santità, che si attua con la perfetta adeguatezza alla legge morale, ma in questo mondo ciò non è possibile, è possibile ammetterla solo con un processo all’infinito, che Kant si trova quindi costretto a postulare.
Esistenza di Dio - per quanto l’uomo si sforzi il suo comportamento virtuoso non gli causa la felicità, non nel mondo terreno, e quindi è necessario che esista un Dio che distribuisca equamente la felicità in base ai meriti del comportamento del singolo.
Con i tre postulati Kant opera una conciliazione tra i due mondi, quello a cui l’uomo può arrivare con i sensi e quello morale, trovando quindi una via di mezzo che gli consente di spiegare in che modo l’uomo può sperare di concludere il suo cammino virtuoso con la felicità. Ma questi postulati non sono verità, se no ricadrebbero nella metafisica o nella religione: essi sono dotati di una loro realtà e in quanto tali sono un orizzonte, un limite ultimo dell’agire umano.
LA CRITICA DEL GIUDIZIO
La Critica del Giudizio pone ancora una volta l’accento sulla bipolarità dell’uomo, sospeso tra due mondi, tra fenomeno e noumeno, tra sensibile e intelligibile. Dopo aver esaminato il carattere della ragione speculativa e di quella pratica, dopo aver valutato le possibilità e i limiti della conoscenza e il primato della morale, Kant cerca di costruire un ponte tra questi due mondi. Il fondamento di questo ponte non avviene per ovvi motivi nella sensibilità e nell’intelletto, che sono limitati dalle condizioni dell’esperienza sensibile, e pertanto Kant cerca una terza via, quella del GIUDIZIO, del sentire comune. Per Kant esistono due tipi di giudizio, il GIUDIZIO DETERMINANTE e il GIUDIZIO RIFLETTENTE. Il giudizio determinante contiene sia il particolare sia l’universale, e infatti determina, cioè costituisce teoreticamente l’oggetto. Il giudzio riflettente invece contiene solo il particolare, e quindi dobbiamo produrre noi stessi l’universale tramite il giudizio stesso. Si chiama riflettente proprio perchè riflette, ossia parte dalle cose già date, attraverso il giudizio determinante, per cogliere l’armonia che esiste tra le cose e tra le cose e l’uomo. Nella Critica della Ragion Pura Kant spiega come e cosa conosce l’uomo ma non ci spiega il rapporto tra le cose e tra le cose e l’uomo stesso. L’uomo vive infatti in uno stato di eterna precarietà e cerca sempre di cogliere la finalità, l’obiettivo, lo scopo delle cose. Ovviamente si tratta di uno sforzo senza alcuna esigenza conoscitiva, in quanto si sa che l’uomo non potrà mai conoscere in maniera scientifica ciò che non è dato dai sensi. Nonostante ciò però l’uomo ha bisogno di avere tutto sotto controllo, ha bisogno di trovare una finalità ultima delle cose, una loro armonia. Come le idee sono prive di realtà anche i giudizi riflettenti sono enti noumentici, privi di valore conoscitivo, servono solo a esprimere proprio questa esigenza di dare un ordine, una finalità ultima alle cose. Attraverso la Ragione Pratica Kant spiega, imponendo una legge universale, l’unità tra i due mondi, per quanto riguarda l’agire umano. Nella Critica del Giudizio invece Kant parla del sentimento, che deve dare unità e armonia alle cose, evitando quindi una separazione netta tra mondo sensibile e mondo intelligibile.
Il sentimento si esprime attraverso due tipi di giudizio, il GIUDIZIO ESTETICO, che riguarda la bellezza, e che permette di cogliere in maniera INTUITIVA la finalità della natura, e il GIUDIZIO TELEOLOGICO, che permette di cogliere questa finalità CONCETTUALMENTE.
GIUDIZIO ESTETICO
Nel giudizio estetico il bello rappresenta il sentimento suscitato dal rapporto tra noi e gli oggetti. non è una proprietà degli oggetti ma un riflesso che viene messo in moto dal rapporto tra noi e la cosa capace di suscitarlo.
Bello è ciò che piace senza interesse - in quanto non risponde a una esigenza materiale o a un bisogno fisico.
Bello è ciò che piace universalmente senza concetto - in quanto il bello piace a ogni uomo anche se ognuno gli attribuisce dei canoni soggettivi, ossia è bello per ciascuno in diverso modo ma comunque bello (il concetto che Kant chiama universalità soggettiva).
La bellezza è la forma della finalità di un oggetto, in quanto questo viene percepito senza la rappresentazione di uno scopo - perchè noi non riusciamo a cogliere la finalità nel particolare di un oggetto.
Bello è ciò che viene riconosciuto senza concetto, come oggetto di un piacere necessario - pur essendo soggettivo si impone universalmente a tutti gli uomini.
Il bello quindi non ha interesse, perchè non corrisponde a una esigenza fisica, non ha un concetto perchè piace universalemtne nonostante le diverse motivazioni, è la forma della finalità do un oggetto, in quanto ci sarebbe impossibile cogliere questa finalità nel particolare, e risulta essere necessariamente imposto a tutti gli uomini.
GIUDIZIO TELEOLOGICO
Se il bello riguarda le cose limitate, invece il SUBLIME riguarda il mondo illimitato. Per questo mondo l’uomo ha un atteggiamento di meraviglia in quanto si rende conto dei suoi limiti e per questo il suo sofrzo nel cercare di superarli si fa maggiore. La natura per l’uomo, che è fatto di sensibilità, è sempre ridotta a un puro meccanicismo, tutto viene creato, tutto viene distrutto. Ma l’uomo è anche ragione, cioè lo sofrzo di superare i limiti della sensibilità, e questo sforzo lo conduce a cercare in ogni fenomeno naturale un FINE demandato a una intelligenza superiore. Qui Kant è veramente illuminista, cercando una ragione estrna all’imperfezione delle cose del mondo all’organizzazione armonica delle cose stesse. La ricerca di un fine in ogni cosa, attribuito a un ente perfetto, non obbedisce ad alcuna ragione conoscitiva o speculativa, non ha quindi nessuna consistenza teoretica, ma è necessario perchè in questo modo l’uomo riesce a trovare una spiegazione alla vita organica. Come per i postulati della ragion pratica questa spiegazione ha solo un carattere regolativo, quindi non ha alcun carattere di verità.
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